La storia del cinema europeo, dal neorealismo al
Sessantotto, e anche la storia di una serie di
problematiche legate alla vita e allo spirito. Il
neorealismo rappresenta la rivoluzione estetica
dalla quale nasce il cinema moderno. La «politica
degli autori» a livello teorico, la successiva
«nouvelle vague» e soprattutto il «nuovo cinema»
d'autore affermatosi negli anni Sessanta non
rappresentano, come molti sostengono, solo una
"forma" nuova. La "forma" naturalmente ha una
rilevanza non trascurabile. Ma se oltre alle
questioni meramente formali, ampliando il campo di
osservazione, si evidenziano le tensioni etiche
presenti nelle opere cinematografiche, ne viene
fuori una storia molto più complessa, caratterizzata
da una forte tensione morale e spirituale.
Il neorealismo e animato dal desiderio di guardare in
faccia le tragedie umane, e il passo successivo compiuto
dalla ricerca del cinema d'autore europeo conduce lo
sguardo cinematografico verso la descrizione della
libertà di autodeterminazione morale, tratto peculiare
della modernità, le cui conseguenze sono intimamente
connesse alla negazione etica, alla solitudine
spirituale, all'eclissi del sacro. Naturalmente fra i
vari autori presi in esame, da Roberto Rossellini a
Federico Fellini, da Andrej Tarkovskij a Samuel Beckett,
da Jean-Luc Godard a Michelangelo Antonioni, c'e chi
vede nell'allontanamento da Dio la vera grande
opportunità del moderno, chi, invece, collocandosi sulla
sponda opposta, rivendica il primato dello spirituale
nella sua ricerca, e chi rimane nel mezzo, oscillando
tra le due polarità, senza prendere partito. Alla
conclusione di uno straordinario decennio - gli anni
Sessanta - di effervescenza, originalità, profondità e
creatività incarnate dal cinema d'autore europeo,
proprio nel ribollente crogiolo culturale del
Sessantotto, alla disumanizzazione estetica finisce per
legarsi una virulenta ideologia politica, anticristiana
e genuinamente ostile ad ogni fenomeno legato alla sfera
del sacro. Il risultato finale, oltre a favorire il
progressivo torpore (determinandone la scarsa rilevanza
a livello internazionale) del cinema europeo, torpore
dal quale ancora non è stato capace di uscire, sarà il
rovesciamento della secolarizzazione, con l'aprirsi
della nuova fase del risveglio postmoderno della
spiritualità.
Claudio Siniscalchi, nato a Roma nel 1959,
divide la sua attività professionale tra
l'insegnamento universitario e il giornalismo.
Insegna Storia e critica del cinema nella LUMSA di
Roma. Negli ultimi anni ha collaborato, nella
ricerca e nella didattica, con diversi atenei
italiani e stranieri, tra i quali il Politecnico di
Torino, la Universidad Complutense di Madrid e la
University of Southern California di Los Angeles. Ha
insegnato inoltre anche presso alcune università
pontificie. Scrive assiduamente sul quotidiano
«Libero». Il suo ultimo libro è Riflessi del
'900. Cinema, avanguardie, totalitarismo (1895-1945)
(Soveria Mannelli, 2008). Nelle nostre edizioni
figura il volume Gesù di Nazareth nella settima
arte (2007), scritto insieme con Paola Dalla
Torre.
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