IN
MARGINE AL CASO ELUANA:
RIFLESSIONI GIURIDICHE E MORALI
SUL
VIVERE E SUL MORIRE
nell’ultimo fascicolo di “Studium”
La funesta conclusione della
tristissima vicenda di Eluana, col
fatale
mix
di
prevaricazioni giudiziarie e
“invasioni di campo” — stante
l’attuale vuoto legislativo (cui da
anni non s’è posto rimedio) — e di
speciosi cavilli procedurali, rende
particolarmente attuale il saggio
che appare in
Studium, n. 6/2008. Un
saggio che, redatto nel dicembre
scorso — quando ancora in molti
speravamo che le varie buone ragioni
e la retta coscienza avrebbero
salvato Eluana —, presenta le
argomentazioni giuridiche,
medico-deontologiche e
teologico-morali in favore della
vita. Sicché l’odierna esecuzione
della “sentenza di morte”, emessa
dalla Cassazione l’anno scorso,
mentre rende opprimente l’amarezza
dei tanti che vedono ora calpestate
tutte quelle argomentazioni — e non
razionalmente, ma per cinica
ideologia —, costringe tutti a un
severo esame di coscienza. Ossia,
nell’ora in cui le coscienze
individuali e collettive si
confrontano mediante il metodo
democratico che ci governa, gli
italiani sono chiamati a
pronunciarsi, attraverso i loro
organi rappresentativi, in merito a
due diverse visioni della vita umana
e del suo destino. La storia di
Eluana Englaro è la pietra
d’inciampo, che costringe tutti a
scendere nei recessi ultimi della
propria anima e, guardandovi dentro,
a prendere chiara posizione su un
problema che appena dieci anni fa
neppure si poneva.
Nel fascicolo compaiono, con altri
saggi, anche importanti contributi
sulla centralità della questione
universitaria, sul tema della
globalizzazione della democrazia e
della destinazione universale dei
beni, e un’ampia intervista a uno
scrittore di frontiera: Tawfik: “Io
iracheno in Italia ho conosciuto la
libertà”.