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Per lo studioso francese Pierre Sorlin, «L’America ha
creato uno stile che, oggi, può essere definito
“classico”.
Lo stile “classico” non è di facile definizione, ma
basandosi sull’esperienza personale è possibile dedurre
quali siano le caratteristiche di un film classico:
immagini chiare, una colonna sonora che accompagna lo
spettatore nel racconto senza diminuire il suo piacere,
un dialogo comprensibile, buoni attori e, soprattutto,
una storia ben definita, con una situazione che,
rivelata dall’inizio, si sviluppa in modo logico e si
conclude senza ambiguità».
Il cinema classico hollywoodiano, tra gli anni Venti e
gli anni Sessanta, ha conquistato il mondo. Attraverso
commedie e opere drammatiche, film di genere
western,
noir,
gangster,
horror,
musical,
è riuscito ad imporre un modello di riferimento
prettamente americano, pur se valido per l’intero
Occidente.
Gli spettatori, di qua come di là dall’oceano, sono
stati rapiti dai tanti film prodotti ad Hollywood, e
soprattutto sono stati sedotti dai divi che ne sono
stati protagonisti.
Le innumerevoli interpretazioni riguardanti la storia
del cinema classico americano non di rado sorvolano su
un aspetto determinante: l’etica presente nelle singole
opere. Il film hollywoodiano avrebbe trionfato per la
forza della produzione e del mercato statunitensi; per
la bravura di registi (molti di loro provenienti
dall’Europa), attori, scrittori, sceneggiatori,
musicisti e costumisti; per l’astuzia, la determinazione
e il senso degli affari dei produttori; per la potenza e
l’innovazione dell’apparato tecnologico e industriale.
Tutto vero. Ma se Hollywood è diventata un “impero”, lo
deve anche all’etica americana. Per lo storico Ernesto
Galli della Loggia il cinema hollywoodiano è stato
capace di parlare «all’uomo comune non ponendosi da
nessun punto di vista particolare, settoriale, ma solo
dal punto di vista dei valori universalmente umani. E
non a caso tale punto si è rivelato come il più adatto
ad incontrarsi con il mercato.
Anche nella tensione-attenzione al mercato del suo
cinema si è espressa,
infatti, la vocazione modernamente democratica di una
cultura come quella statunitense, non toccata dalle
mitologie classiste e programmaticamente
eticopedagogiche, proprie della tradizione culturale
europea. […] Non solo, ma nei film statunitensi si
manifesta in pieno una ulteriore caratteristica della
cultura di quel Paese che, tradotta in immagini, è
destinata ad assicurare loro un carattere eminentemente
popolare, e dunque un enorme successo. Il fatto cioè che
si tratta dell’unica cultura nazionale moderna che, pur
essendo tale, non ha perso un rapporto reale con la
dimensione religiosa, con l’aspirazione etica del
monoteismo giudaico-cristiano e che, tra l’altro,
proprio per questo è riuscita a restare immune dal
fascismo e dal comunismo. Proprio per questo è stata
l’unica cultura che ha saputo e sa produrre
sceneggiature e pellicole capaci di esprimere, senza
vergognarsi, una limpida fiducia nei valori della
legalità, dell’onestà individuale, della fraternità
senza barriere ideologiche, della democrazia».
Claudio Siniscalchi, nato a Roma nel 1959, divide
la sua attività professionale tra l’insegnamento
universitario e il giornalismo. Insegna Storia e critica
del cinema alla LUMSA di Roma ed è ricercatore alla
Facoltà di Scienze della Comunicazione della Universidad
Complutense di Madrid. Negli ultimi anni ha collaborato
con diversi atenei italiani e stranieri, tra cui il
Politecnico di Torino e la University of Southern
California di Los Angeles, e ha insegnato presso alcune
università pontificie.
Collabora con «Libero» e ha una rubrica di critica
cinematografica sul quotidiano «L’Ordine» di Como. Il
suo ultimo libro, pubblicato in questa collana nel 2008,
è
Il cinema europeo nell’epoca della secolarizzazione
(1945- 1968).
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