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La poesia di
Eugenio Montale si nutre di numerose affinità. Il grande
poeta non è solo colui che inventa ex no no,
ma anche quello che attiva e rigenera gli elementi di
una tradizione letteraria, finendo per eccellere.
Montale ebbe a che fare anche con
quella corrente che prese il nome di "linea ligure" e
che, tra Ottocento e Novecento, seppe fare del paesaggio
di Liguria una costante dell'anima. A quel contesto
paesistico - un lembo di terra davanti al mare, fitto di
ulivi, limoni e precipizi - si fece corrispondere un
determinato linguaggio: aspro, rude, scabro. Ed
è Ossi di seppia
il libro per eccellenza, in cui Montale riattiva gli
elementi di questa tradizione incentrata sul binomio
paesaggio-linguaggio.
Quella dei debiti montaliani
nei confronti dei modelli liguri è una questione più
volte affiorata, ma mai indagata fino in fondo.
Sopravvivono nelle sue raccolte echi e timbri di Mario
Novaro, Camillo Sbarbaro, Ceccardo Roccatagliata
Ceccardi e Giovanni Boine. E proprio agli ultimi due è
dedicato questo studio che, mediante il confronto dei
testi, evidenzia il rapporto profondo della poesia
montaliana con essi.
Roberto Mosena è dottore di
ricerca in Italianistica e svolge la sua attività presso
il Dipartimento di Studi filologici, linguistici e
letterari dell'Università di Roma «Tor Vergata». Si
occupa di poesia e narrativa in ambito moderno e
contemporaneo. Ha scritto:
Per un meraviglioso
attimo. Poesia, luoghi e incontri di Dino Campana
(CISU, Roma 2001); Roccatagliata Ceccardi.
Metamorfosi e ismi della poesia (Ulisse, Roma
2004); Proteso a un'avventura. Campana, Calvino, Boine
(Nuova Cultura, Roma 2005). Collabora a varie
riviste specializzate ed è segretario di redazione di
«Sincronie». |